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Domenica 10 Maggio 2026

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Ancora pensieri & disordine

di Marco Celati - Domenica 10 Maggio 2026 ore 08:00

Di preciso non si sa da dove venga il bene che si vuole. Non dall’andare d’accordo e nemmeno a frequentarsi. A volte è litigare e darsi un bacio, al momento di andar via. Altre volte è pensare di non essere completamente soli e distanti nella vita.

I pensieri mi vengono a sera, la notte. Chissà se qualcuno me li manda. Se li annoto, li ricordo, altrimenti se ne vanno e mi lasciano soltanto la sensazione di essere stati bei pensieri. Forse è un compenso, una consolazione per la mia colpevole smemoratezza. I pensieri dimenticati sono come le cose non fatte che sembravano belle e probabilmente lo saranno anche state. Ma forse è l’inguaribile e inspiegabile ottimismo di vivere che prevale sui cattivi pensieri.

Si è già detto che per dormire prendo la Melatonina? Bene. Una pasticca, prima di coricarmi e poi ordino ad Alexa di trasmettere il rumore della pioggia per conciliare il sonno e gli acufeni. Per tutta risposta Alexa mi propone l’abbonamento al nuovo suono rilassante a pagamento. Le dico: ignora. Lei insiste: se cambi idea chiedimi i nuovi rumori. La voce è suadente, ma l’effetto è incazzante. Le dico Stop e poi: Alexa trasmetti rumore di pioggia, cazzo! Almeno la pioggia è gratis per noi umani! Lei risponde: mi dispiace, non capisco. Forse è mortificata o non ha dimestichezza con il turpiloquio e la parola “cazzo”. Interrogata in proposito, si accende, ma non formula risposta alcuna. Google invece qualcosa deve sapere. Anche lui, se gli chiedi che vuol dire, risponde, scusa non ho capito, ma se formuli meglio la richiesta e insisti, domandandogli cos’è, emette un bip sonoro e dice asciutto: pene”. Comunque al momento le nostre Intelligenze Artificiali domestiche sono sostanzialmente asessuate, come gli angeli del cielo. O i diavoli della terra. Quindi ripeto più educatamente la richiesta: Alexa, rumore della pioggia, please. E lei finalmente me lo concede, avviando il suono soporifero di uno scroscio piovorno. Ma ormai il sonno è passato, in compenso il piovasco informatico stimola la diuresi. Vado in bagno, torno. Per sicurezza prendo un’altra pasticca che, nella concitazione degli eventi, va a giacere sotto il ponte, la vagabonda. Si incastra tra i molari, nella protesi in bocca. Con ripetute, acrobatiche contorsioni linguali, al limite dell’aonco, riesco a toglierla e mando giù. Non la protesi, la pasticca che forse comincia pure a fare effetto. Ma mi ero coricato tardi e ormai è già ora di alzarsi. Ho un impegno di primo mattino che svolgo in una torpida, estenuata sonnolenza. Conclusioni: la Melatonina è una buona medicina, peccato abbiano sbagliato a programmarla. Funziona più di giorno che di notte. O forse è che la nostra piccola vita è troppo intensa per il nostro grande cuore, il che rende incerto il sonno ed il futuro. Per non parlare dell’amore e del ritmo circadiano.

I vicini dei condomini, sono come gli acufeni: fastidiosi e rumorosi. Poi ci fai l’orecchio. Mai andato a una riunione di condominio. Almeno da questa patologia associativa sono rimasto immune. E magari anche da altre. O forse no.

Non riesco a parlare del più e del meno con disinvoltura, quando capita o nelle cene di famiglia. Spesso non riesco proprio a parlare, non ho molti argomenti. Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere", diceva Ludwig Wittgenstein e tante grazie al cazzo. Se però parlo, tendo a farlo per un tempo più lungo del dovuto e non sopporto il battibecco di chi dà sulla voce, l’interruzione di un’esposizione, la pretesa della comunicazione odierna di semplificare in breve cose complesse. Ho spiegato di aver vissuto un tempo e un’esperienza diversa.

Oltre che “L’Unità”, bisognava aver letto il fondamentale articolo di “Rinascita”, oltretutto avendolo capito. E durante la settimana partecipare alle varie riunioni della segreteria e del direttivo, a seconda del livello di responsabilità che avevamo meritato o per cui eravamo stati designati. Le riunioni sfociavano nell’assemblea di sezione o degli organismi comunali e provinciali. Solo ai promettenti più preparati e alle fulgide promesse si schiudevano i livelli regionali. Per non parlare degli eletti e degli iscritti a quelli nazionali. Seguivamo il “centralismo democratico” sostenuto dalla “disciplina di partito”. Che voleva dire che potevamo dissentire, ovviamente a nostra responsabilità, ma la maggioranza, una volta accertata, aveva il diritto sacrosanto e condiviso di guidare tutti. Al partito potevamo iscriverci solo se presentati da compagni anziani che garantivano per te. Il partito aveva due funzioni sostanziali e integrate. La prima era impostare il programma del Comune e disegnare una società diversa e più giusta per i lavoratori e il mondo del lavoro, per i cittadini e le classi popolari, lottando per questo, in forme civili. La seconda era formare ed eleggere la classe dirigente del partito contribuendo, dopo la sua evoluzione democratica e la fine della conventio ad escludendum nei nostri confronti, alla formazione di quella del Paese e del suo governo.

Se c’era una manifestazione per la difesa dell’occupazione alla Piaggio, ne parlavamo in sezione, veniva proposto un volantino, il giorno dopo veniva battuto a macchina e ciclostilato. E vi risparmio la lunga e faticosa evoluzione tecnologica delle matrici e dei ciclostili. Poi si organizzava la distribuzione davanti ai cancelli. Erano passati diversi giorni dall’accaduto descritto o dall’argomento in questione, nonostante ciò eravamo sempre sulla notizia e qualche volta l’anticipavamo pure. Forse i fatti andavano più lenti nel secolo scorso. O forse non c’era l’assillo della velocità di questo. E nemmeno i social. Ma non eravamo meno sociali.

In sezione il segretario, che doveva preparare la relazione, illustrava l’argomento all’ordine del giorno, introducendo il dibattito. Ci si prenotava per alzata di mano e si parlava per il tempo prefissato, ai migliori essendo tacitamente consentito sforare. Dopo il proprio intervento, durante cui non dovevamo venire interrotti, ognuno ascoltava l’intervento degli altri. Alla fine lo stesso segretario riassumeva il dibattito e tirava le conclusioni. Oppure, se interveniva un dirigente provinciale, era lui a farlo. E la riunione era finita. Siamo stati educati e abituati così. La politica era al primo posto e questa è stata la ragione di vita di molti "militanti" del P.C.I. e anche della mia dagli anni ‘60 in poi. Eravamo compagni, ci sentivamo meno soli. Siamo stati comunisti italiani, non privi di difetti e colpe, ma nemmeno macchiati dagli errori del comunismo, né dalle sue tragedie. Non rimpiango il passato, mi limito a descriverlo. Abbiamo cercato di rinnovare quei principi in senso democratico e riformatore, contribuendo a rendere migliore questo Paese. Che ci siamo riusciti o meno, è quello che abbiamo imparato e come ci siamo formati. Il nostro merito.

Questo, insomma, ho cercato di raccontare, qualche giorno fa, una sera a cena da mio fratello, per spiegare perché del mio disagio nel mondo. Ed è allora che Anna ha detto: scusa, compagno democratico, ho alzato la mano, posso parlare? È finito il comizio? Voler bene, s’e già detto, non viene necessariamente dall’andare d’accordo. Ma ancora oggi lei continua a rinfacciarmi questa cosa e ad alzare la mano per parlare con me. E non è precisamente ciò che intendevo, ma è inutile. Come dice il compagno Totti, speravo de mori’ prima, variante romanesca di bel mi’ mori’.

Marco Celati

Pontedera, Maggio 2026

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati