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Domenica 06 Settembre 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

Karma!

di Marco Celati - Domenica 06 Settembre 2026 ore 08:00

Allo spirare del giorno, quando la luce si confonde col buio e se ci pensi, ma ci pensi bene e con un’immaginazione tale da annullare la grigia sfumatura delle ombre, il mondo ti appare in bianco e nero, come la televisione di un tempo, come lo Yin e lo Yang, l’arte taoista dell’equilibrio degli opposti che insegnano alla palestra di yoga “Uatà”. Allora e solo allora, era assalito da pensieri contrastanti, chiusi in un grumo intestino, inquieto e viscerale. I dubbi, come scariche, gli venivano sotto forma di un dialogo segreto, a più voci, come da altri da sé, spesso meditando in bagno.

- Karma, ci vuole karma!

- Calma? Con la “ci” e la “elle”?

- No! Karma, con la “kappa” e la “erre”: il karma, il fine, il rapporto di causa-effetto nel disegno cosmico. La dottrina Veda!

- Non è che veda un granché e di cosmico, più che altro, conosco il pessimismo. Lo frequento pure. E la dottrina, andavo a catechismo…

- Non importa, agisci, partecipa al karma e seguilo: il disegno è dato.

- Nemmeno per sogno, te segui il daimon, il tuo demone!

- E questo? Che diavolo è?

- Non è il diavolo, è l’indole, l’istinto, seguilo e cambia il destino, muovi le cose che sono da muovere. E poi sarà una questione di carisma.

- Con la “ci” e la “erre?

- Sì, con la “ci” e la “erre”: il carisma, il dono, la grazia, la capacità di attrarre e farsi seguire. La tua visibilità.

Visibilità? Da tempo diceva di essersi ritirato dal pubblico nel privato e dal privato nell’intimo. Nelle tue mutande? Qualcuno gli domandava. Non dire sconcezze, rispondeva schifato. Comunque attrarre cosa e chi, si chiedeva. Propagandano apparecchi invisibili per l’udito, io per l’invisibilità mi sto già organizzando, fossi pure sordo sarebbe il massimo, pensava. Anche muto, non male. A stare a sentire tutti e parlare non ti fai nemmeno un’opinione e ad ascoltare te stesso, neanche un amico. Mettersi in mostra poi, gli creava imbarazzo. Era combattuto e incerto: karma, daimon, carisma, a capirci qualcosa! Si sforzava, si sforzava senza esito e allora diveniva indisponente e indisponibile, indisposto. Aggressivo. Forse era il conflitto interno. O forse soffriva di stitichezza molesta. A momenti lo fa, alle persone infelici. Karma, daimon, carisma, fanculo!

“Il fatto di non sapere se la luce del frigorifero, quando l’hai chiuso, si spegne veramente”, non è solo uno dei “Momenti di trascurabile infelicità” descritti da Francesco Piccolo. C’è di più, potrebbe trattarsi di un espediente letterario alla cui base sta un ragionamento paradossale della fisica quantistica: “Il paradosso del gatto di Schrödinger”. Il fisico Erwin Schrödinger, che amava gli animali, nel 1935 ideò un esperimento mentale per evidenziare i paradossi dell'interpretazione classica della fisica quantistica applicata. Immaginate un gatto chiuso in una scatola con una sorgente radioattiva, un contatore Geiger e, ad abundantiam, una fiala di veleno. La sorgente radioattiva e il contatore Geiger sono collegati a un martelletto. Se l'atomo della sorgente decade -evento che ha il 50% di probabilità di accadere in un'ora- il contatore scatta, il martelletto si attiva e infrange la fiala di veleno che esala: morte del gatto. In caso contrario, il gatto resta illeso. Secondo la meccanica quantistica le particelle subatomiche possono trovarsi in una "sovrapposizione di stati", ovvero essere contemporaneamente in più condizioni. L'atomo radioattivo potrebbe decadere o non decadere nello stesso istante e anche il povero micio si troverebbe in una sovrapposizione di stati: finché la scatola rimane chiusa sarebbe contemporaneamente vivo e morto. Solo quando apriamo la scatola lo "stato quantistico" collassa in una sola realtà definita: il gatto sarà sicuramente vivo o sicuramente morto. E se è sicuramente vivo, sicuramente vi soffia, vi sgraffia e scappa. D’altra parte, che ne sa lui, come noi, della fisica quantistica?

Cosa c’entra il gatto di Schrödinger con il momento di trascurabile infelicità relativo al frigorifero di Francesco Piccolo? Niente. È che mi intrigano i paradossi e mi piace metterli in relazione. Forse, al proposito, sarebbe stato meglio fare ricorso al celebre “principio di indeterminazione” di Heisenberg, altro meccanico quantistico, che anche quello non so se c’entra e oltretutto è difficilissimo da spiegare. Comunque, rassicurando gli animalisti che nessun gatto è stato maltrattato o tantomeno ucciso per l’esperimento, anche perché è già difficile metterlo in una scatola e ancora più difficile realizzare quel tipo di scatola, possiamo trarne una relativa conclusione. Dalla fisica alla letteratura e viceversa. Nel frigorifero chiuso di Francesco Piccolo, forse per la sovrapposizione degli stati quantistici, la luce potrebbe essere nello stesso tempo accesa e spenta. In ogni caso guai a chiuderci dentro un gatto, anche se i suoi occhi vedrebbero bene sia alla luce che al buio. Ma questo paradossale e assurdo parallelismo, una volta così ben spiegato, questa comprensione dell’accettazione rassegnata e sapiente del dubbio, complica o lenisce la nostra trascurabile infelicità? Chissà. Come dicono gli scrittori -Piccolo in un’intervista- il compito di chi scrive non è quello di dare risposte, ma di fare domande. Che a volte è anche meglio.

Alla fine due righe divertenti di un bravo scrittore sono diventate due pagine noiose di un ciarlatano. Ma, a parte ciò, il senso più o meno è questo, paradosso per paradosso: se un gatto per la fisica può essere contemporaneamente vivo e morto, perché la luce del frigo, una volta chiuso, non potrebbe essere contemporaneamente accesa e spenta? Il paradosso è anche meno cruento. Comunque dice che, per risolvere davvero l’arcano, si può attivare la modalità foto o video sul cellulare, chiuderlo nel frigorifero e poi vederne la registrazione. Basta non lasciarcelo troppo, dentro il frigo, il cellulare, che magari bene non gli fa, si rovina per lo shock termico e allora l’infelicità di doverlo ricomprare diventa assai meno momentanea e trascurabile.

Con questi pensieri insensati e smarriti se ne stava a ciondolare, a far venire notte. Come Pavese al confino sbrattando la pipa. Scriveva. Bisogna essere stampato e pubblicato per dimostrare che esisti? Magari uno muore dalla voglia di essere letto, ma restare sconosciuto. E c’è un grande concetto piccolo da raccontare al mondo: la vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altro. Ma è stato detto e ridetto. Scritto e riscritto. Fritto e rifritto. Si può solo aggiungere -karma, daimon, carisma, felicità, infelicità, quanti e paradossi permettendo- che la vita non aspetta nessuno e non bisognerebbe dimenticarsene, mentre sopportiamo l’incombenza delle cose. È violenta la vita, malversa come il Lonfo e ti sbernecchia. Ho letto da qualche parte che la violenza è il prodotto di una cultura patriarcale e “omolesbobitransinterafobica”. È vero, sottoscrivo in pieno, per quanto possa valere il mio contributo contro queste efferatezze, i crimini d’odio contro la diversità, le molestie sessuali, gli omicidi delle donne da parte di uomini disumani, che riempiono sempre più di orrore e di sdegno le atroci cronache odierne. Ma “omolesbobitransinterafobica", via, come si fa? Abbiate pietà di noi e se non di noi, che magari non ce lo meritiamo, della lingua italiana. Neanche a lei, una signora, si può fare violenza.

Buona domenica e buona fortuna.

Marco Celati

Pontedera, 6 Settembre 2026

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P.S. “Uatà” non è il nome di una palestra, è il grido emesso dal bambino giapponese in un racconto di “Momenti di trascurabile infelicità” del grande Francesco Piccolo a cui, con malgrazia e scusandomi, questo testo è dedicato. “Il Lonfo” è una poesia metasemanticadi Fosco Maraini, dalla raccolta “Gnosi delle Fànfole”. E "L’incombenza delle cose" è l’evocativo titolo di un noir fantascientifico italiano di Federica Crippa e Matteo Ballarati, un film indipendente con basso budget e troppe pretese. Nell’immagine il nodo infinito: uno dei simboli del karma che rappresenta l’interconnessione perenne e inscindibile tra cause ed effetti. Non chiedetemi come e perché, né cosa lega questi pensieri sparsi, non chiedetemi altro, dopotutto sono quello che scrive e le domande le faccio io.

"Cosa farò da grande", Gino Paoli, a proposito di domande, di privato, intimo e mutande.

https://youtu.be/iIzNTpoEKns?si=D4OYUxL11cAcPIoQ

Marco Celati

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