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Sabato 17 Ottobre 2026

DISINCANTATO — il Blog di Adolfo Santoro

Adolfo Santoro

Vivo all’Elba ed ho lavorato per più di 40 anni come psichiatra; dal 1991 al 2017 sono stato primario e dirigente di secondo livello. Dal 2017 sono in pensione e ho continuato a ricevere persone in crisi alla ricerca della propria autenticità. Ho tenuto numerosi gruppi ed ho preso in carico individualmente e con la famiglia persone anche con problematiche psicosomatiche (cancro, malattie autoimmuni, allergie, cefalee, ipertensione arteriosa, fibromialgia) o con problematiche nevrotiche o psicotiche. Da anni ascolto le persone in crisi gratuitamente perché ritengo che c’è un limite all’avidità.

Città-spugna di Portoferraio, un piccolo ponte sullo stretto?

di Adolfo Santoro - Sabato 17 Ottobre 2026 ore 08:00

Sarà stata la visione degli architetti olistici Massimiliano Pardi e Valentina Tosi, che, da moderni arredatori di interni, hanno proposto scenari esterni costruiti con l’intelligenza artificiale. Saranno state le incalzanti proposte, ma la presentazione del loro progetto Open! sulla Città-spugna e sull’architettura partecipata ha avuto, lo scorso sabato, a Portoferraio, in una sala Pierluigi Nervi ripiena, un successo entusiastico. Erano presenti tecnici del settore, ben quattro ex-sindaci e vari rappresentanti della politica locale, per cui mi aspettavo un’autocritica rispetto alle opportunità perse e alla collusione nella cementificazione perpetrata negli scorsi decenni. Niente di tutto questo: tutto è andato avanti nell’auto-assoluzione silenziosa.

Mi è allora venuto il dubbio che, come accade nella stragrande maggioranza dei casi odierni, l’aggettivo olistico applicato all’architettura e all’urbanistica sia solo una verniciatura new-age, un comodo rebranding lessicale che serve a nobilitare la pigrizia progettuale o a confezionare una suggestiva visione da cartolina importata acriticamente da contesti lontani. In origine il termine olismo - derivato dal greco holos, tutto, intero - fu coniato nel 1926 dal filosofo e statista sudafricano Jan Smuts per indicare un principio fondamentale: il tutto è più della somma delle sue parti. Applicato all’architettura e all’urbanistica fin dai filoni storici rigorosi - come l’urbanistica organicista di Frank Lloyd Wright, la Townscape theory o il pensiero critico di Giancarlo De Carlo -, l’approccio olistico significava una cosa molto precisa e faticosa: un edificio o un piano urbano non possono essere pensati come oggetti isolati, ma devono integrarsi con i flussi ecologici, sociali, economici e culturali del territorio; l’architettura olistica seria nasce dal basso, studiando la conformazione geologica, il clima, la storia e le vere necessità delle comunità che vivono quei luoghi. Quando l’architettura o l’urbanistica perdono la capacità o la voglia di fare i conti con la durezza della realtà tecnica, economica e politica, il concetto di olistico decade da metodo rigoroso a gadget retorico. Ne consegue la visione da cartolina: si prende un’immagine di successo - come la pista ciclabile sopraelevata di Copenaghen, il canale rinaturalizzato o il depaving olandese - e la si estrapola completamente dal suo ecosistema di origine; non ci si chiede quali investimenti strutturali, quali leggi sulla proprietà del suolo o quale manutenzione costante reggano quell’opera; la si adotta come un feticcio estetico da riproporre ovunque, persino su un’isola mediterranea con morfologia collinare e problemi di dissesto idrogeologico. Usare la parola olistico permette così di sfuggire alla verificabilità tecnica.

Secondo me, un’architettura e una politica che non vogliano decadere in un olismo da cartolina dovrebbero ragionare – anche a Portoferraio - prima sul buono, sull’etica e poi integrarlo col bello, con l’estetica. Si terrebbe conto allora di quattro 4 aspetti:

1. C’è un divario di maturità culturale, politica, tecnica e civica col Nord-Europa, dove le opere di depaving - come i giardini della pioggia o le pavimentazioni drenanti - funzionano perché inserite in piani di manutenzione ordinaria rigorosi. In molti comuni italiani, invece, dove si fa fatica a pulire i tombini o si castra ordinariamente il verde pubblico, la traslazione di queste strutture rischierebbe il loro intasarsi alla prima mareggiata o pioggia e la trasformazione in acquitrini o zone degradate. Senza un percorso di educazione e coinvolgimento della popolazione, la rimozione dell’asfalto o della pietra verrebbe percepita dai cittadini e dai commercianti solo come perdita di parcheggi o creazione di fango, innescando una reazione di rigetto che blocca o svaluta l’opera stessa.

2. Portoferraio non è una metropoli della pianura olandese o danese, che affronta piogge frequenti ma con intensità medio-bassa distribuite durante tutto l’anno, ma è una città di mare, con un porto che fatica a passare all’uso del cold ironing già realizzato e con microclima e con fragilità specifiche: la scarsità d’acqua estiva, le bombe d'acqua autunnali e la minaccia, probabilmente sempre più presente nei prossimi anni, d’innalzamento del livello del mare (aumenta di 3,6 mm all’anno) e di trombe d’aria (nell’ultima settimana sono stati contati 42 tornado nel Mediterraneo). Un depaving superficiale pensato per climi atlantici non regge né la siccità prolungata, né le portate d’urto del nostro clima. C’è inoltre il vincolo di spazio: togliere superficie senza una riorganizzazione sistemica dei trasporti, dei parcheggi scambiatori e della logistica merci significa strangolare l’economia locale senza risolvere il problema ambientale; il Nord Europa non ha risolto il traffico con la magia o con la sola educazione civica, ma rendendo via via impossibile e carissima l’alternativa dell’auto in centro, offrendo in cambio una mobilità alternativa (bici e piedi) protetta da infrastrutture serie.

3. Il Nord Europa sta anche rivedendo la sua visione sistemica: Rotterdam e Copenhagen, città pioniere dell’adattamento climatico, stanno superando la fase dei singoli interventi spettacolari (come le water plazas o i tetti verdi usati come cartolina) e hanno compreso che fare il depaving in qualche piazza del centro è del tutto inutile se l’intero bacino idrografico a monte continua a spingere acqua verso il basso; tendono ora a integrare la gestione delle acque in un piano infrastrutturale complessivo che unisce bacini di trattenuta, dighe mobili, gestione della falda salina e pianificazione urbanistica vincolante. Hanno anche capito che il semplice depaving estetico o la singola piazza verde non bastano più di fronte alla violenza dell’attuale crisi climatica: il Reno non è più costantemente navigabile per il trasporto dell’acciaio tedesco; se, inoltre, l’acqua di piogge più violente continua a riversarsi indisturbata dai tetti, dalle strade e dalle colline circostanti, il piccolo fazzoletto drenante in centro collassa in pochi minuti. Occorre allora governare l’acqua dalla fonte allo sbocco (gestione dei bacini imbriferi), rallentandola chilometri prima che entri in città attraverso casse di espansione, tetti verdi diffusi e fasce di rispetto agricolo. Hanno compreso che non si governa con i bonus o con i decreti calati dall’alto, ma integrando rigorosamente quattro flussi vitali: il flusso ecologico, il flusso sociale, il flusso economico e il flusso culturale.

4. Il nodo ecologico reale è costituito dal dissesto delle colline circostanti e dalle alluvioni a Portoferraio. Se si cita solo en passant questo fatto, si fa come chi cerca di curare il sintomo a valle e ignora la causa a monte. Se le colline che circondano Portoferraio sono state cementificate, disboscate o impermeabilizzate con asfalto, piastrelle o altro materiale, l’acqua piovana acquista una velocità e un volume enormi scendendo verso il mare e divorando suolo: nessun depaving del centro cittadino potrà mai assorbire la massa d'acqua e fango che scende dalle pendici durante un evento estremo. Un progetto buono e sistemico per Portoferraio partirebbe dalla messa in sicurezza idrogeologica dei versanti collinari: rinaturalizzare i fossi restituendo il suolo sottratto alla natura e ripiantando la macchia mediterranea che assorba acqua, strutturare terrazzamenti, decementificare l’asfalto, le piastrelle e ogni altro materiale impermeabile in quota, creare bacini di laminazione. Solo dopo che l’acqua è stata frenata e gestita a monte, il depaving urbano acquista senso come complemento drenante.

In Italia dobbiamo poi ancora imparare le lezioni dello scarso utilizzo dei fondi del PNRR, connesso alla debolezza burocratico-amministrativa, per cui si continua a seguire sogni, come il ponte sullo Stretto di Messina, senza aver prima affrontato i problemi strutturali (economici, ecologici, di infrastrutture) che renderebbero eventualmente percorribile un sogno del genere. La funzione dirigenziale italiana non sa fare progetti; le proposte politiche si fermano per lo più alla fase del brain storming, che viene utilizzato per parlare alla pancia del Paese. Diventa allora solo uno slogan elettorale, in cui vengono proposti e qualche volta perfino realizzati progetti anche belli, ma non buoni, perché settoriali e che non tengono conto del contesto generale, soprattutto perché non si fondano sulla riflessione delle conseguenze degli errori del passato: così gli errori rischiano di essere ripetuti e le conseguenze vengono ignorate incombendo in modo anche più pesante.

La debolezza dirigenziale, d’altra parte, non è solo italiana, ma anche dell’UE, com’è testimoniato dall’accoglimento, come al solito entusiastico, di un progetto vecchio (anche nella previsione dei costi) e settoriale proposto dagli architetti Pardi e Tosi e sponsorizzato da un partito politico, evidentemente con poche idee e poca capacità critica. Chi ha un minimo di dimestichezza con la realtà del mare sa che l’acqua salata, le mareggiate, la salsedine e il biofouling (la colonizzazione di organismi marini sulle superfici sommerse) sono nemici implacabili della tecnologia: qualsiasi congegno meccanico o elettronico immerso o esposto all’energia violenta delle onde è sottoposto a un’usura rapidissima; i costi di manutenzione e sostituzione dei componenti rischiano di superare di gran lunga il valore economico dell’energia elettrica effettivamente prodotta, trasformando l’opera in un fardello economico per le casse pubbliche o per chi gestisce la struttura una volta svaniti i fondi iniziali del bando. È più sensato restituire alle fondamenta di Cosmopoli solo la sua antica funzione: quella di raccoglimento dell’acqua piovana! Ma c’è un risultato positivo in questo viaggio a Bruxelles e non è il fatto che abbia fatto esclamare, durante il dibattito di Open, al segretario di questo partito: I soldi ci sono! Ma il fatto che abbiamo potuto comprendere che, se questa è la qualità dei dirigenti di Bruxelles, come una cosa buona - il Green Deal o la transizione energetica – si sia trasformata in qualcosa di facilmente attaccabile. L’approccio estetizzante - che privilegia lo slogan morale, l’obiettivo simbolico sbandierato a mezzo stampa e l’erogazione immediata di incentivi senza una reale regia sistemica - depotenzia proprio il Green Deal, la causa che si dichiara di voler difendere.

Occorre dunque una programmazione strategica, una progettazione realmente solida caratterizzata dall’equilibrio sistemico. Un progetto buono non si limita a fissare un obiettivo e a spingere risorse per raggiungerlo, ma mappa in anticipo, prima della fase di brain storming, le interazioni del progetto con l’ecosistema circostante (economico, sociale, ambientale, umano) riflettendo sulla definizione e la diagnosi del problema reale, sulla progettazione e l’architettura dell’intervento, sul controllo ecologico di sistema, sul Risk Management e sull’esecuzione e valutazione continua.

Ripartire da un olismo buono e non solo bello è dunque la sola alternativa che Portoferraio ha. Altrimenti devo dar ragione a un mio amico, che, alla notizia della realizzazione del primo pontile ecologico nel Porto di Portoferraio realizzato attraverso il fotovoltaico del pontile e l’energia delle onde del mare, ha esclamato: È buono per tenere accesa una lampadina.

Speriamo che sia la lampadina del cervello!

Adolfo Santoro

Articoli dal Blog “Disincantato” di Adolfo Santoro