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Venerdì 21 Agosto 2026

DISINCANTATO — il Blog di Adolfo Santoro

Adolfo Santoro

Vivo all’Elba ed ho lavorato per più di 40 anni come psichiatra; dal 1991 al 2017 sono stato primario e dirigente di secondo livello. Dal 2017 sono in pensione e ho continuato a ricevere persone in crisi alla ricerca della propria autenticità. Ho tenuto numerosi gruppi ed ho preso in carico individualmente e con la famiglia persone anche con problematiche psicosomatiche (cancro, malattie autoimmuni, allergie, cefalee, ipertensione arteriosa, fibromialgia) o con problematiche nevrotiche o psicotiche. Da anni ascolto le persone in crisi gratuitamente perché ritengo che c’è un limite all’avidità.

​L’inettitudine dei governi dell’Occidente

di Adolfo Santoro - Venerdì 21 Agosto 2026 ore 08:00

Il debito pubblico lordo degli USA ha superato in questi giorni, per la prima volta, i 40.000 miliardi di dollari. Questo traguardo è stato raggiunto grazie al costante aumento della spesa pubblica sia sotto i due governi Trump (che da solo è il responsabile del 29% del debito pubblico USA), sia sotto il governo Biden. Nonostante le promesse in campagna elettorale di eliminare il debito entro 8 anni, Trump ha raddoppiato il debito in questi primi anni del suo secondo mandato e lo ha fatto soprattutto per finanziare la guerra e per la legge del 2025 che ha tagliato le tasse ai più ricchi; pagare gli interessi sul debito è diventata la terza-quarta voce di spesa del bilancio federale e viaggia per diventare la prima voce entro il prossimo decennio.

L’inettitudine dell’Italia segue a ruota quella degli USA; non mi dilungo sul fatto che l’Italia ha fatto accordi secretati con Palantir nel 2024 … chi ne vuole sapere di più segua Marco Casario in questo link: https://www.youtube.com/watch?v=UIQDtIqcV7Q&t=29s. L’inettitudine è, del resto, sotto gli occhi di chi vuol vedere! Ad esempio il governo italiano, per competere con la Spagna, si è battuto in prima fila in Europa per sospendere gli accordi di Schengen sulla disciplina comunitaria del flusso dei migranti e per far capire che la musica è cambiata … risultato? Cinque Paesi europei (Germania, Svizzera, Austria, Finlandia e Svezia) hanno deciso di rimandare in Italia i migranti che avrebbero dovuto trattenere in ottemperanza a Schengen. E questo mentre Lampedusa sta esplodendo.

Ma torniamo all’inettitudine maggiore: quella di Trump!

Quanto sono costati finora i danni sul riscaldamento globale provocati dalla guerra nel Medio-Oriente, che doveva durare cinque giorni?

Secondo alcune Università (come Queen Mary University of London e Lancaster University) e alcuni istituti specializzati, l’impatto sul clima si scompone in categorie precise: a) la distruzione di edifici e infrastrutture, che rilascia nell’atmosfera enormi quantità di carbonio incorporato nei materiali da costruzione (cemento, acciaio, vetro); b) incendi e perdite di impianti petroliferi con immissione in atmosfera milioni di tonnellate di gas serra; c) il consumo massiccio di carburante jet per i caccia, il movimento di flotte navali di pattugliamento, i lanci di missili e l’impiego di droni generano una gigantesca impronta di carbonio concentrata in tempi brevissimi. Nelle sole prime due settimane di escalation, le stime indicano che il conflitto ha generato oltre 5 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e), un volume superiore all’intera produzione annuale di emissioni di uno stato come l'Islanda; se si considera l’intera fase di stallo acuto, le infrastrutture colpite e i rilasci incontrollati di combustibili fossili, il bilancio parziale si traduce in miliardi di dollari di danni climatici stimati. Il vero moltiplicatore – da 1,5 a 3 volte - climatico risiede nel futuro processo di ricostruzione. C’è infine il pericolo dello sversamento di petrolio delle decine di petroliere rimaste alla fonda o danneggiate nello Stretto di Hormuz, che compromettono la vita marina e distruggono le mangrovie costiere, che agiscono come vitali pozzi di assorbimento del carbonio.

Quanto tempo ancora potrà durare nella peggiore delle ipotesi la crisi dello stretto di Hormuz?

Secondo il professor Alessandro Giraudo e le stime di grandi banche d’affari, se il caos geopolitico dovesse persistere o cronicizzarsi con tensioni latenti e attacchi sporadici alle navi commerciali, il blocco parziale o le forti restrizioni al transito potrebbero prolungarsi fino a 6 mesi o oltre, rendendo la navigazione costantemente a rischio e fortemente contingentata. Secondo le stime dei tecnici di grandi aziende energetiche (come Eni e Total), la riparazione di piattaforme sottomarine e impianti di estrazione gravemente danneggiati richiede 2-4 anni di interventi altamente specializzati (sommozzatori e ingegneria subacquea avanzata). Anche qualora lo Stretto venisse riaperto militarmente da un giorno all’altro, gli effetti a catena non rientrerebbero immediatamente: servirebbero almeno 30-40 giorni per smaltire le code delle petroliere ferme, ripristinare le rotte regolari e stabilizzare i flussi dei carburanti raffinati, ma, a causa della distruzione di capacità produttiva e della ridotta offerta globale, i prezzi delle materie prime (petrolio, gas, ma anche derivati come plastica e concimi) non torneranno rapidamente ai livelli pre-crisi, mantenendo una forte pressione inflazionistica globale per diversi anni.

Quali sarebbero le conseguenze sul piano energetico?

Sebbene alcuni grandi produttori dispongano di oleodotti terrestri per aggirare parzialmente il Golfo (come l’Arabia Saudita verso il Mar Rosso o gli Emirati Arabi Uniti verso il Golfo di Oman), queste infrastrutture riescono a convogliare solo una frazione minoritaria del volume totale esportato (circa un quinto per i sauditi e metà per gli Emirati); le riserve strategiche dei paesi industrializzati (G7), pur mobilitate per tamponare l’emergenza iniziale, rischiano di esaurirsi nel giro di pochi mesi. Ne soffriranno soprattutto i mercati asiatici (in particolare Cina, Giappone, India e Corea del Sud); l’Europa si troverà a competere ferocemente con l’Asia per accaparrarsi i carichi alternativi di GNL disponibili sul mercato, innescando una spirale di rincari spaventosa. Il prezzo del petrolio greggio potrebbe facilmente schizzare oltre i 130-150 dollari al barile (con picchi speculativi potenzialmente ancora più alti in caso di danni prolungati agli impianti); poiché il Qatar è uno dei principali esportatori mondiali di GNL attraverso lo Stretto, la sua chiusura provoca una carenza strutturale di gas naturale, trascinando verso l’alto le tariffe dell’energia elettrica per le industrie e le famiglie. I governi dei paesi importatori si troverebbero costretti a introdurre piani di razionamento energetico, imponendo riduzioni forzate dei consumi alle industrie energivore (chimica, siderurgia, manifattura pesante); il rincaro vertiginoso dei carburanti e dell’energia si riflette immediatamente sui costi dei trasporti, sui prodotti agricoli (tramite il rincaro dei fertilizzanti azotati, legati a doppio filo al gas naturale) e sulla catena logistica globale, alimentando un’inflazione persistente e deprimendo la crescita economica mondiale.

Quali potrebbero essere le conseguenze sul piano agro-alimentare?

Il blocco di Hormuz colpisce la catena agroalimentare mondiale attraverso due canali principali: la crisi dei fertilizzanti (urea, ammoniaca, zolfo) e l’aumento dei costi energetici e logistici. I coltivatori di tutto il mondo hanno due opzioni: ridurre drasticamente l’uso di concimi (accettando cali di resa dei raccolti che possono arrivare fino al 10%) oppure indebitarsi pesantemente per acquistarli. Molti agricoltori potrebbero essere costretti a modificare i piani di semina, virando verso colture meno intensive (come i semi oleosi o la soia) a discapito dei cereali di base (grano, mais, riso), con conseguenti squilibri nell'offerta alimentare globale. Poiché i cereali sono la base dell'alimentazione umana e dei mangimi per il bestiame, i rincari si trasmettono rapidamente a carne, uova, latticini e derivati. Organizzazioni come la FAO e l’IFPRI stimano un impennare dei prezzi al consumo dei generi alimentari su scala globale, con picchi particolarmente gravi nei paesi in via di sviluppo e a basso reddito. L’aumento vertiginoso del petrolio e del gas si riflette immediatamente sui costi di trasporto delle merci, sulla gestione della catena del freddo per la conservazione di carne, pesce e vegetali freschi e sui processi di trasformazione industriale. Aumenterebbe in modo significativo il numero di persone esposte a condizioni di insicurezza alimentare acuta e denutrizione, soprattutto in Africa subsahariana e Asia meridionale.

Quali potrebbero essere le conseguenze della carenza di elio?

L’area del Golfo Persico (in particolare il Qatar) produceva un terzo dell’elio mondiale di elio. L’elio è un elemento completamente insostituibile nell'industria dei microchip: ne conseguono rallentamenti nella produzione di semiconduttori, che penalizza la catena globale dei prodotti elettronici, dei server e dei componenti per l’intelligenza artificiale. Poiché l’elio è fondamentale per il raffreddamento delle apparecchiature diagnostiche di Risonanza Magnetica, questa procedura diagnostica sarebbe razionata. Il danno riguarderebbe anche i laboratori di fisica e aerospaziale e gli stessi sistemi di conservazione dell’elio.

Quali sono altri punti critici delle conseguenze di Hormuz nel lungo periodo?

Il blocco prolungato della navigazione costringe centinaia di navi commerciali e petroliere a rimanere alla fonda o bloccate nelle acque del Golfo Persico e del Golfo di Oman per mesi; quando le navi rimangono ferme così a lungo, i rivestimenti protettivi degli scafi perdono efficacia e su di essi si accumulano enormi quantità di alghe, echinodermi, tunicati e organismi marini; nel momento in cui queste navi riprenderanno a viaggiare per raggiungere i porti di tutto il mondo, potrebbero agire come vettori di specie invasive, scatenando un’enorme minaccia biologica per gli ecosistemi marini di altri continenti.

Settori altamente energivori ed elettrochimici in Europa e Asia (come la produzione di acciaio, ceramica, fertilizzanti e semiconduttori) rischiano una crisi strutturale permanente, che favorisce la chiusura degli impianti o la delocalizzazione.

Un blocco pluriennale altera i fondamentali dell’economia globale: i prezzi elevati dell’energia e dei generi alimentari alimentano un'inflazione persistente, mentre la contrazione della produzione industriale frena la crescita economica, creando un classico scenario di stagflazione (inflazione alta e crescita zero o negativa). Le banche centrali (come la BCE e la Federal Reserve) manterrebbero alto il costo del denaro, il che deprimerebbe gli investimenti pubblici e privati e aumenterebbe il rischio di insolvenza per i paesi emergenti e le famiglie più vulnerabili.

L’economia dei Paesi del Golfo regredirebbe drasticamente a causa dell’interruzione delle esportazioni. I Paesi del Golfo, inoltre, importano oltre l'80-90% del loro cibo via mare. Nel lungo periodo, il Medio Oriente perde la propria narrazione di oasi sicura e stabile per gli investimenti esteri e i flussi turistici.

Quali potrebbero essere i rischi della costruzione di oleodotti come alternativi alla via marina?

Anche sommando la capacità massima teorica delle linee alternative esistenti o pianificate, si arriva a coprire solo un terzo del flusso totale. Per il gas naturale liquefatto (fondamentale per Qatar e Emirati) non esistono alternative in grado di sostituire i terminali marittimi; i gasdotti terrestri transregionali richiedono anni di trattative politiche complesse, costi astronomici (miliardi di dollari) e anni di progettazione e realizzazione. Spostare il petrolio dai flussi marittimi ai tubi terrestri non elimina il rischio geopolitico, ma lo trasferisce semplicemente dai tanker in mare ai chilometri di condotte nel deserto: un oleodotto lungo più di mille chilometri (attraverso catene montuose e aree desertiche) è un bersaglio estremamente difficile da proteggere capillarmente; attacchi mirati con droni o missili espongono a perdite ingenti e improvvise di centinaia di barili di petrolio. Gli oleodotti alternativi che sboccano sul Mar Rosso scaricano il greggio in un’altra area calda: il transito attraverso lo Stretto di Bab el-Mandeb e il Canale di Suez.

Trump lascia intendere che non scarta l’ipotesi dell'uso dell’atomica tattica. Quali potrebbero essere le conseguenze nel caso la usi?

Significherebbe la fine del tabù sull'impiego delle armi atomiche in vigore dal 1945.

A seconda della potenza dell’ordigno (le armi tattiche variano da una frazione di kiloton a decine di kiloton), l’esplosione causerebbe decine o centinaia di migliaia di vittime immediate tra civili e militari, oltre a ustioni gravissime e contaminazione da radiazioni a lungo raggio. La vicinanza al Golfo Persico e alle rotte energetiche comporterebbe una dispersione di materiale radioattivo nell’atmosfera e nelle falde acquifere, compromettendo irreparabilmente l’ambiente marino e rendendo inabitabili vaste aree circostanti.

È altamente probabile che l’uso tattico di un ordigno nucleare provochi la reazione immediata di potenze regionali e globali, spingendo a ritorsioni estreme o accelerando la corsa disperata agli armamenti nucleari da parte di altri stati dell’area per garantire la propria sopravvivenza. Il mondo si troverebbe sull’orlo di uno scontro diretto tra potenze nucleari, azzerando i canali diplomatici e facendo piombare la sicurezza globale nel peggiore scenario della Guerra Fredda.

Se già una crisi convenzionale a Hormuz paralizza i flussi energetici, un attacco nucleare bloccherebbe definitivamente e a tempo indeterminato qualsiasi transito marittimo e commerciale nel Golfo. I pozzi petroliferi, i terminali di GNL e le infrastrutture critiche verrebbero distrutti o abbandonati per contaminazione. Le borse mondiali subirebbero un crollo storico immediato; l’inflazione schizzerebbe a livelli incontrollabili, con paralisi totale dei trasporti globali, della catena dei semiconduttori e dei mercati finanziari, trascinando l’economia globale in una depressione profonda.

L’uso dell'atomica metterebbe in estrema difficoltà gli alleati occidentali e regionali degli Stati Uniti, costringendoli a una presa di distanza netta per evitare di essere associati a una violazione così drastica del diritto internazionale e umanitario. Sarebbe la fine dei trattati di non proliferazione nucleare globale e si aprirebbe un’era in cui la deterrenza atomica diventerebbe l’unica garanzia percepita di sicurezza per decine di nazioni, moltiplicando esponenzialmente il rischio di future guerre atomiche nel mondo.

Come finirà? Con un altro colpo di stato di Trump nel momento in cui perderà le elezioni? Con lo Stato di Israele che è diventato strutturalmente complice con la politica di Netanyahu e di Ben-Gvir? Con il populismo che stravince le elezioni in Europa?

È proprio vero: al peggio non c’è mai fine!

Adolfo Santoro

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